Vino, presentato a Milo un progetto Ue per la “Cooperativa di Comunità”

Condividere la consulenza degli agronomi, poter contare su forza lavoro nelle vigne, utilizzare stazioni meteo e – nel futuro – i “big data” forniti dai satelliti Sentinel che scansionano il pianeta e riferiscono, gratis, degli indici di vegetazione di porzioni di 10 mq di terreno. Infine vinificare in autonomia e trasformare le proprie uve in un vino in bottiglia, col proprio nome e cognome in etichetta, orgoglio autentico di chi alla vigna ha dedicato tempo, fatica, denaro e rinunce.

I “desiderata” dei piccoli viticoltori di Milo si assomigliano un po’ tutti, così da essere oggetto di un progetto assai ambizioso quanto necessario alla comunità promosso dal sindaco Alfio Cosentino e presentato nell’ambito di ViniMilo 2018 che si conclude oggi per approfondire alcuni passaggi con la testimonianza diretta di esperti interlocutori giunti dal Trentino.

S’intitola “InnovareInRete” è promosso da Banca Etica e scade il 31 ottobre. Si tratta di un programma che, riunendo finanziamenti comunitari e consulenza specifica, promuove lo sviluppo socio-economico dei territori. “Per Milo – ha spiegato il sindaco Alfio Cosentino – la cui economia, generata dalla viticultura è da poco approdata a un turismo di qualità che ruota intorno al mondo del vino e include ospitalità, ristorazione e servizi, si ipotizza una “ Cooperativa di Comunità ”, un modello di cooperazione già sperimentato in Trentino per progetti di impresa tagliati su misura di piccole realtà. E’ singolare – continua il sindaco – la partecipazione che negli ultimi mesi si è registrata da parte della cittadinanza per questo progetto: da un lato l’innovazione sociale, dall’altro la tutela dell’ambiente e la consapevolezza da parte dei cittadini, della propria capacità imprenditoriale da esprimere in ciò che amano di più: la loro terra, le vigne, l’Etna e la bellezza del paesaggio che attira un certo turismo di nicchia”.

A introdurre il dibattito, collegata via Skype, era Simona Zelli (esperta in modelli di business collaborativi e strumenti per l’innovazione) che ha spiegato come “le cooperative di comunità sono modelli organizzativi che possono rappresentare una valida alternativa alla sharing e alla gig economy. La sfida – aggiunge – è superare gli ostacoli che impediscono di creare una interfaccia tra le nuove tecnologie e i modelli cooperativi di impresa distribuendone in modo equo i benefici a lavoratori e comunità”.

“Il modello che suggerisco a Milo – ha detto il prof. Attilio Scienza (Docente di “Viticoltura” presso l’Università degli Studi di Milano), – è quello della conoscenza. Esiste, per esempio, un accurato studio sulla zonazione dell’Etna che evidenza la vocazione del territorio e le colture ideali. Se condiviso potrebbe essere lo strumento di base per avviare questo progetto. Occorre anche migliorare la qualità dei vini. Per il vitigno carricante, tipico di Milo, si dovrebbe poter utilizzare le informazioni pedologiche, idriche, portainnesto e le tecniche colturali che consentono di esprimerne meglio il DNA. Informazioni da integrare con quelle della space economy (i dati giunti dai satelliti) e dalle piattaforme digitali”.

Quella dei “big data”, ossia delle numerose informazioni che forniscono i satelliti come Sentinel, in orbita da alcuni anni, è stata illustrata dall’Agronomo Luca Toninato, esperto in trasferimento tecnologico in viticoltura: “Siamo in piena digital revolution – spiega – anche nei vigneti. Dove le informazioni di satelliti come Sentinel, che ogni cinque giorni forniscono dati gratis, possono essere rielaborate da appositi algoritmi per creare modelli predittivi su maturazione dell’uva, andamento vendemmiale e malattie. I satelliti forniscono indici vegetazionali che possono generare ulteriori sviluppi e applicazioni”. Quanto alla formula associativa con cui avviare il progetto, Steno Fontanari (esperto in tecnologie applicate all’agricoltura) chiarisce che “non esistono modelli precostituiti, ma ogni modello di business e sviluppo sociale deve essere adattato alla comunità e prima ancora occorre conoscere le istanze della stessa comunità. In questo caso quella di Milo che, a partire dalla viticoltura, genera tutta una serie di attività collaterali per le quali il modello di sviluppo (come la cooperativa di comunità) deve sfruttare la tecnologia e le piattaforme digitali per condividere informazioni e servizi ai cittadini/soci”.

Marco Nicolosi (enologo, produttore e presidente della Strada del Vino dell’Etna) ha lanciato la proposta della Cantina Sociale: “Uno spazio – ha detto – dove tutti i produttori possano portare il proprio raccolto e imbottigliarlo, con la giusta soddisfazione di dare forma, nome e cognome a un vino al quale hanno dedicato tempo e denaro”. Santo Di Maio, piccolo produttore, ha esposto le criticità sue e dei colleghi: “Non abbiamo una stazione meteo, non possiamo sostenere il costo di operai in maniera continuativa, non possiamo vinificare in autonomia. E poi abbiamo bisogno di un agronomo che segua le piccole realtà: ben venga un progetto come questo per condividere servizi e fare massa critica”. Italo Maffei (selezionatore di vini) ha sottolineato il lavoro parallelo e pressoché contemporaneo a quello in vigna, ossia quello della commercializzazione: “Chi di voi ha deciso di produrre – dice Maffei – deve sapere da subito quante bottiglie, quali costi di produzione e quali quelli di commercializzazione di un vino che, esprimendo un territorio di pregio, deve essere riconoscibile e di qualità”.

Le conclusioni a Salvo Foti, l’enologo dell’Etna per antonomasia e produttore. Forte della sua trentennale esperienza sul territorio ha indicato due elementi su cui puntare per la Cooperativa di Comunità: “In primis la valorizzazione delle risorse umane: non più semplici “viddrani”, come era in passato, ma operai da gratificare in termini economici, umani e sociali perché siano soddisfatti di partecipare al lavoro di squadra della vigna. Anche per questo mi piace definire i miei vini “umani”, perché sono il frutto di un lavoro congiunto della Natura e dell’Uomo; e poi puntare sulla Bellezza, la cura del paesaggio: uno stupore che è contagioso e deve stimolare l’emulazione e non l’invidia”.

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