San Martino: la Giornata del Ringraziamento e l’inizio dell’annata agraria

All’approssimarsi della conclusione dell’anno liturgico la Chiesa volge lo sguardo alla natura per rendere grazie dei frutti della terra e del lavoro dell’uomo attraverso “La giornata del Ringraziamento”, evento che coincide con la festa di San Martino, ma è l’inizio giuridico dell’annata agraria ed ancora le Antestérie, antiche celebrazioni popolari il cui primo giorno era detto dai greci pitoighìa, perché, a quanto pare proprio in quel giorno venivano spillate le botti e si assaggiava il primo vino, magari com’è nella tradizione di sicula inzuppandole nelle muffolette o nei sanmartinelli. Quattro eventi in una giornata che hanno una rilevanza rurale davvero singolare. Ma veniamo per ordine.

La Giornata del Ringraziamento

L’11 novembre la Chiesa celebra “La Giornata del Ringraziamento”, occasione nella quale i vescovi italiani intendono attirare l’attenzione dei fedeli al mondo rurale, alle sue problematiche, sottolineando come la terra e l’agricoltura siano luoghi di relazione privilegiata e profonda con il Creatore e con i fratelli. Un evento che nel passato aveva una ritualità e religiosità davvero esilarante. Tutte le parrocchie italiane, e non sole, tirate a lustro ospitavano con canti e fumi d’incenso i contadini che nell’occasione abbandonavano pale, zappe e aratri, naturalmente dopo avere accudito i loro armenti, e si recavano in Chiesa per ringraziare Nostro Signore e propiziare una nuova annata agraria. Davanti ai sagrati delle chiese sostavano attrezzi agricoli, animali, prodotti, gente festosa, aspettando la fine della funzione per essere benedetti e per ricevere i buoni auspici del santo di Tours. Un Italia diversa meno globalizzata e più attenta al mondo rurale. Ancora oggi, con la Coldiretti in testa e con le altre associazioni d’ispirazione cattolica viene rievocato, anche se in tono minore, questo momento aggregativo che ha rappresentato un momento di grande religiosità.

Quest’anno la diocesi di Pisa, domenica 11 novembre 2018, ospiterà la 68ª Giornata Nazionale del Ringraziamento. Titolo: “… secondo la propria specie …” (Gen.1,12): per la diversità, contro la disuguaglianza.

Hanno scritto i Vescovi nel messaggio per la celebrazione: “Il lavoro agricolo consente all’uomo di realizzare un rapporto diretto e assiduo con la terra: fedele al progetto originario di Dio, egli offre alla terra le sue cure e la terra gli offre i suoi frutti. … una reciprocità nella quale si rivela e si compie un disegno finalizzato alla vita, all’essere e al benessere (bene-esse) dell’umanità, allo sviluppo di tutti e di ciascuno. Ecco perché risulta oltremodo urgente riconoscere la centralità del lavoro agricolo per recuperare quel processo virtuoso che ridona la dignità di persona al lavoratore della terra nella stessa misura che ai lavoratori dell’industria e dei servizi”. Guardare al mondo rurale con gli occhi del credenti ci pone davanti a queste evidenze: gli uomini entrano responsabilmente in relazione, mediante il loro lavoro, con la terra. Nel lavoro agricolo l’uomo, con tenacia ed intelligenza, non‚ solo spettatore del creato, ma anche attore che opera sulla natura e in collaborazione con essa perchè la terra si trasformi in pane sulla sua mensa”.

La festa di San Martino

Ma l’11 novembre coincide anche con la festa di San Martino. Una solennità che come scriveva nel 1882 Enrico Onufrio «Anche a San Martino, il dio delle battaglie, il popolo palermitano è devoto ; devoto al suo solito, s’intende, vale a dire banchettando a maggior gloria del santo. È un tal giorno che s’imbandiscono a tavola i più grossi tacchini della terra; e cotesta del tacchino è un’abitudine così inveterata, che tu non sai bene se la festa sia in onore del dio Martino, o del dio Tacchino; è un bellissimo argomento per un archeologo. Il dolce occasionale di San Martino è il biscotto, un biscotto sui generis, grosso e rotondo, e per conservare intatte le sacre tradizioni degli avi, cotesto biscotto bisogna inzupparlo nel moscadello. E crepi l’avarizia!».

Martino nacque a Sabaria in Pannonia, l’attuale Ungheria attorno al 316 o 317 d.C. e morì a Candes in Francia 1’8 novembre 397. La sua ricorrenza cade l’11 Novembre, il giorno dei suoi funerali a Tours. Figlio di un ufficiale della guardia imperiale romana, di cui seguì per qualche tempo l’esempio. Al cristianesimo approdò da adulto, ad Amiens. Ma ciò non gli impedì di fare una brillante carriera ecclesiastica. Acclamato vescovo di Tours (4 luglio 371), Martino fece sentire la sua voce ben oltre i confini della propria diocesi. Fu amico personale di sant’Ambrogio di Milano, s’impegnò in accese dispute teologiche in difesa dell’autonomia del magistero ecclesiastico ed è considerato l’artefice principale della penetrazione del cristianesimo in Gallia, per il tramite dell’Abazia di Marmoutier da lui stesso fondata. Per questi suoi meriti la monarchia merovingia lo scelse come protettore del regno franco. Il suo nome fu inoltre speso proficuamente per promuovere la messa a coltura di estese aree dell’Europa centro-settentrionale tradizionalmente occupate dalle foreste e dal pascolo.

Ciò spiega la popolarità del Santo negli ambienti contadini di varie regioni d’Italia: «Simbolo dell’abbondanza, egli riceve in vari luoghi, tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate, le primizie dei campi (fave fresche in baccelli, spighe di grano, di orzo, ecc.). Passando per un’aia quando si batte il grano, o per una vigna in tempo di vendemmia, o innanzi a un granaio quando vi si immette il raccolto, i contadini salutano invocando San Martino! La sua festa porta con “l’estate di S. Martino” un risveglio di vita nei villaggi, ove si preparano i dolci (sammartini) da inzuppare nel vino».

La sua fama l’ha conquistato con uno degli atti più generosi della storia o della leggenda, fate voi. “Il cielo era coperto, pioveva e soffiava un vento che penetrava nelle ossa; il cavaliere Martino, avvolto nel suo ampio mantello di guerriero, trova lungo la strada un povero vecchio coperto soltanto di pochi stracci, barcollante e tremante per il freddo. Martino lo guarda, e preso da una stretta al cuore, si toglie il mantello, lo taglia in due con la spada e ne dà una metà al poveretto. “Dio ve ne renda merito!”, balbetta il mendicante, e sparisce. Martino, contento di avere fatto la carità, sprona il cavallo e se ne va sotto la pioggia, che comincia a cadere più forte che mai, mentre un ventaccio rabbioso pare che voglia portargli via anche la parte di mantello rimasto che lo ricopre a malapena. Ma fatti pochi passi ecco che smette di piovere, il vento si calma e di lì a poco le nubi si diradano e se ne vanno. Il cielo diventa sereno, l’aria si fa mite. Il sole comincia a riscaldare la terra obbligando il cavaliere a levarsi anche il mezzo mantello. Ecco l’estate di San Martino, che si rinnova ogni anno per festeggiare un bell’atto di carità ed anche per ricordarci che la carità verso i poveri è il dono più gradito a Dio”.

La vita di San Martino è contorniata di altre storie più o meno simili, ma comunque sempre di grande effetto. Secondo un’altra leggenda, San Martino si portava sulle spalle la sorella per evitare che cadesse preda dei vogliosi concittadini, ma vanamente, perché questa trovava sempre il modo per sfuggire alla sorveglianza del fratello.

Il santo è considerato patrono dei soldati e dei viaggiatori, ma è anche ritenuto il patrono dei cornuti. Le motivazioni sono diverse: per alcuni è dovuto alle numerose fiere di bestiame, per lo più munito di corna, che si tenevano proprio nel periodo attorno all’11 Novembre, oppure, secondo un’altra ipotesi, perché in questo periodo si svolgevano 12 giorni di sfrenate feste pagane, durante le quali avvenivano spesso adulteri. Altri ancora pensano che derivi dallo stesso giorno, l’11 Novembre, 11/11, che ricorda il segno delle corna fatto con le mani. In Sicilia Martinu è addirittura il nome del becco, tanto per restare intema. Prova ne sia che quando si vuole incitare il marito della capra a battersi a cornate, «facendogli un gesto con la mano sinistra, gli si dice: Truzza, Martinuu».

Per Pippo Oddo: “In Sicilia il Santo ha assunto connotati più urbani che rurali. La stessa festa, che la liturgia ecclesiastica celebra in novembre (data della tumulazione del glorioso Nostro. Signore. In nessun centro agricolo, piccolo o grande che sia, san Martino è stato mai scelto come patrono, nemmeno a Caltagirone dove era chiamato scherzosamente carruggiaru, perché il giorno della sua festa se ne portava in giro la statua attraverso i carruggi.

A ben riflettere, quella processione, tra le poche se non addirittura la sola che si svolgesse nell’Isola in onore del Santo, doveva essere stata istituita per iniziativa di un gruppo di Genovesi residenti a Caltagirone, perché è appunto a Genova che si chiamano carruggi i vicoletti o vaneddi che dir si vogliano. I canti dell’aia, che da noi tessono le lodi persino dei santi più oscuri, ignorano quasi il nome di san Martino. Gli stessi proverbi agrari sono avari di riferimenti al Santo e i pochi che vi accennano si limitano a prendere in considerazione solo la data della festa. Uno, raccolto a Naso nel secondo Ottocento, recita: ‘U bonu siminatu a menzu novemmaru è cuminsatu: sinu a san Mortimi favi, puseddi e linu; doppu san Martinu, megghiu ‘n terra ch’o mulinu. (Il buon seminato prima della metà di novembre è cominciato: sino a [la festa di] san Martino [semina] fave, piselli e lino. Dopo san Martino [il grano] sta meglio sotto terra che al mulino)”.

Per il santo di Tours si consumano i viscotta di san Martinu o sanmartinelli, dolce che veniva messo in vendita a Palermo attraverso la riffa (sorteggio).

Antonino Uccello parlando di Palermo descrive la presenza a di tre tipi di biscotti di san Martino: «uno a forma di seno simile a quello che si confeziona a Licata; un altro più piccolo, come una pagnottella, detto “sammartinello”, e un terzo, ripieno di pasta di mandorla, conserva e pan di Spagna imbevuto di liquore, ricoperto di una colata di zucchero, confettini argentati, cioccolatini, e riccamente decorato con fiori e ciuffetti verdi». Di più, si possono acquistare Sammartinelli imbottiti di ricotta e cioccolata.

Il sanmartinello, quello più comune a forma di seno è comunque diffuso in tutti i paesi della Sicilia. “A Ispica e in altri comuni del Ragusano «il giorno di san Martino viene festeggiato con la preparazione, da parte di quasi tutte le famiglie del paese, delle crispelle, dolci tipici di pasta lievitata con ripieno di uva passa e noci».

Pippo Oddo riferisce: “Ma la più bella festa di san Martino è senza dubbio quella di Palazzo Adriano, pittoresco paesino d’origine albanese della Valle del Sosio. L’11 novembre i genitori, i parenti e gli amici delle coppie convolate a nozze durante l’anno regalano agli sposini abbondanti provviste alimentari, dolciumi, pupazzi, biscotti di san Martino, oggetti di uso domestico e persino carbone. Alla suocera spetta provvedere all’invio della scorta viveri; altri parenti e gli amici si fanno invece carico degli utensili da cucina, dalla padella alla pentola. Come augurio di un’abbondante proliferazione quest’ultima può essere addirittura grande quanto il “quadaruni” usato dai pastori per la caseificazione del latte di un intero gregge.

Il compilo di portare i doni agli sposi è delegato esclusivamente ai bambini. Ed è spettacolo commovente vedere tanti angioletti parati a festa far le veci della Befana sotto lo sguardo amorevole dei grandi. Il pezzo più appariscente è il “cannistru” grossa cesta adorna di fiori e fiocchi colorati, con una tovaglia ricamata su cui viene riposto ogni ben di Dio: pasta, frutta secca, dolci, biscotti di san Martino… Al centro del cannistru splende, come sole allo zenit, la “Pitta”, che del sole evoca appunto l’immagine, rotonda com’è. Eppure è solo una focaccia azzima o con poco lievito. Focaccia speciale, però, su cui sono stampigliati – con un bollo identico al prototipo portato nel XV sec. dall’Albania – tre cerchi concentrici con i simboli dell’identità albanese: l’aquila bicipite sormontata da una corona, due colombi ai lati di un cuore, un ramoscello d’olivo, un vaso, cani, uccelli, un pesce e ghirigori vari. Per chiuderla qui, è festa da non perdere quella di Palazzo Adriano, gioiosa manifestazione di autentica solidarietà fra poveri, che rende perciò in qualche misura giustizia alla vera missione terrena del Santo di Tours”.

La festa del vino

Un motto conosciuto in tutta l’Isola vuole che: Pi san Martinu si tasta lu vinu. (A san Martino si assaggia il vino). Circostanza questa che – come ha notato acutamente Pitrè – rimanda senza troppi sforzi di fantasia alle Antesterie di classica memoria, il cui primo giorno (11 novembre, appunto) era chiamato dai Greci Pithigia, «poiché in esso gli antichi spillavan le botti e assaggiavano il mosto […]. Anzi gli antichi, meno temperati de’ cristiani, non si contentavano d’un solo giorno di festa, ma ne facevano anche tre, coronati il capo di fiori, e fiori portando in giro per la città, dopo aver bevuto al buon genio: baccanali che poi si ripetevano nelle prossime feste di questo nome».

Dunque la festa di san Martino, altro non sarebbe che l’equivalente cristiano dei festeggiamenti in onore di Dioniso, con tutto il loro apparato di manifestazioni orgiastiche. Da qui gli eccessi ottocenteschi: «Non è a dire la baldoria che si fa per il pranzo di questo giorno quando vi sono convitati» commentava a tal proposito Pitrè. «Si mangia a crepapelle e si sbevazza fino alla sazietà; conseguenza: chiacchierio, vocio, urli, un vero baccano, i cui attori principali sono gli uomini. Così si crede anche di fare onore al Santo».

In Sicilia le pietanze che rinforzano i riti sono rappresentati dai biscotti, dalle muffolette e dai sanmartinelli (tricotti). Quest’ultimi si preparano mescolando in un ; di acqua calda: 900 gr. di farina, 250 gr. di zucchero, 200 ; di strutto, 50 gr. di lievito, 30 gr. di semi di anice e 5 gr. cannella. La pasta che dovrà essere lavorata per almeno quindicina di minuti, dovrà risultare appena consistente, formano dei bastoncini, tipo grissini, del diametro di 2 circa e si tagliano a pezzi di 5 centimetri. Si dispongono una teglia da forno ben unta e si lasciano lievitare per qua un’ora in un ambiente caldo, dopo si infornano a fuoco dolce. Si gustano inzuppati nel vino. Nel palermitano sono preparati in maniera più complessa e presentati con dei particolari ghirigori che li rendono più appariscenti. Le muffolette vengono preparate sia in versione dolce salata. Nella zona di Cinisi, una ricetta popolare prevede i impasto con la presenza della fecola di patate e la frittura, gustano calde con la ricotta e inzuppate nello sciroppo fichi.

Inizio dell’annata agraria

L’ 11 novembre rappresenta da decenni una data significativa per il mondo agricolo per il contesto lavorativo e produttivo agricolo.

Per consuetudine e per convenzione San Martino è il momento iniziale delle affittanze agrarie, quindi l’inizio dell’annata agraria, cioè viene definito il periodo di tempo che secondo il legislatore copre l’inizio e la fine di tutte le attività connesse ad un’azienda agricola. L’anno agrario è quello che intercorre tra l’11 novembre e il 10 novembre dell’anno successivo. In caso di usufrutto su fondi sui quali insistano speciali coltivazioni, è ammesso che la decorrenza sia diversa: ad esempio, per la coltivazione di agrumi, l’annata agraria decorre dal mese di maggio. Si conclude così l’ annata agraria e si dà inizio a quella nuova. Si stilano il bilancio dell’annata appena trascorsa, si confermano o meno degli affittuari e dei salariati, insomma, si apre e chiude l’annata agraria in tutti i suoi aspetti.

Sono operazioni non facili e non prive di faticose trattative e logoranti contestazioni, mediate da tecnici, o sindacalisti (talvolta anche dal parroco del paese) al fine di difendere i diritti dei contadini e dei lavoratori.

Non di rado, dopo il saldo dei conti, il capofamiglia consegnava tutti i soldi alla moglie che procedeva a pagare i debiti contratti, a programmare le spese più urgenti o a mettere da parte qualche risparmio

Nella migliore delle ipotesi chi doveva abbandonare la cascina doveva essere avvisato almeno tre mesi prima del 10 novembre, ovvero il 10 agosto (S. Lorenzo). Nella serata tutti i capifamiglia venivano convocati dal datore di lavoro (padrone) si mettevano in fila con il libretto di lavoro sul quale doveva essere scritta l’eventuale disdetta. Da quel momento cominciava o la gioia e la certezza di avere ancora un intero anno di lavoro, o l’angoscia di doverne cercare un altro, con le evidenti difficoltà.

Con l’11 novembre avvenivano i traslochi e non raramente s’incrociavano le famiglie che andavano e quelle che tornavano e questi momenti non erano sempre tranquilli: scoppiava spesso “la guerra tra poveri” che coinvolgeva in modo più angosciante vecchi e bambini.

È così che anche nelle città, in un passato ormai trascorso, si trasferì l’abitudine di fare i traslochi durante il periodo di San Martino a novembre, tanto che si diffuse nel linguaggio comune la locuzione “fare San Martino” per indicare il trasloco.

Il mondo dell’agricoltura ha seguito per secoli lo scandire di questa data e ancora oggi in Italia e in altri Paesi europei il giorno di San Martino viene festeggiato con banchetti e sagre sia nei paesi, numerosi, dove sorgono parrocchie dedicate al santo, sia per l’imminente festa del ringraziamento che gli agricoltori, in segno di fede, dedicano annualmente per i frutti ricevuti dalla terra durante l’annata.

Articoli di riferimento:

https://lavoro.chiesacattolica.it/68a-giornata-nazionale-del-ringraziamento-2018/

Pippo Oddo: San Martino: protettore dei beoni o dei poveri?

Pubblicato il 16 novembre 2013 da orizzontisicani

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