Not, 130 produttori alla rassegna dei vini naturali a Palermo

Grappoli di idee in testa, le maniche rimboccate, progetti e vini tra le mani, centotrenta produttori hanno dato linfa e volti alla seconda edizione del NOT. La rassegna dei Vini Franchi ha animato di sapori e di dibattiti i Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo, tra il 18 e il 20 gennaio scorsi, in un calendario all’insegna dell’incontro e dello scambio.

Ero certo che avrei raccontato le aziende, le donne e gli uomini che si mettono all’opera e in gioco tra bottiglie prontissime e campioni di vasca. Preferisco parlare della storia che si sta facendo ora: è la storia in divenire di persone che scendono in campo e si sudano i loro risultati. La forza maggiore di questo crocevia sta nell’attesa del piacere e nell’impegno da parte di un pubblico foltissimo e parecchio esigente.

Rispetto agli anni scorsi, nel mondo del vino “naturale” gli strumenti culturali sono oggi più efficaci e incisivi. D’altra parte, al netto di differenze individuali e in assenza di una legislazione decisiva, dare risposte (sia pure provvisorie) è il requisito indispensabile per coinvolgere rappresentanti e ristoratori in una comunicazione lungimirante e condivisibile del vino.

Le parole dei produttori fugano i dubbi su ricette o segreti industriali, ma anche su protocolli che rischiano di banalizzare la distanza con prodotti più “convenzionali”. Se chiarire i termini non vuol dire mettere in atto schermaglie semantiche, va già detto che, tra i banchetti come a casa, il vino è un bene che non “si consuma” soltanto: si perfeziona al sorso e fa la differenza.

La visionaria scarnificazione del linguaggio prova la responsabilità dei produttori verso quanto è riconoscibile nel fare e bere il vino “naturale”. L’avventore curioso affronta questa passerella di idee tra protocolli enologici in divenire (raccolta manuale delle uve, uso di fermentazioni spontanee, minimo intervento di prodotti chimici di sintesi) e il profilarsi di vignaioli sempre più aggiornati.

In giro tra le sale del Cre.Zi.Plus e le Tre Navate ho riconosciuto l’euforia dell’investimento personale a tutto tondo: dal solido impegno politico del toscano Stefano Amerighi (“Io faccio questo lavoro per fare politica”), alla passione vibrante e dialettica di una lucidissima Arianna Occhipinti, giovane capofila a Vittoria di una cordata di affermati produttori in Sicilia e fuori.

E poi l’ombra paterna di Marco De Bartoli, la cui eredità in molti si contendono; lo scarno ed esatto bilancio della friulana Mateja Gravner (“Quando comprate i nostri vini, ci donate i vostri soldi – e i vostri soldi sono il vostro tempo”); il rifiuto del ciclostile industriale nelle schede informative da parte del marchigiano Corrado Dottori (“basta con tradizione e innovazione, basta con i vini che esprimono il territorio: io penso ai vini che lo abitano”).

Nello spazio tra una voce e l’altra, si afferma allora la partecipazione di un pubblico puntualissimo a rilevare come il vino franco sia “più di bocca che di naso” e come l’evoluzione dei sapori prevalga sulla loro definizione. I formulari organolettici perdono terreno rispetto all’esperienza del gusto e alla necessità di affinarlo (come hanno dimostrato, tra i molti altri, i laboratori di Sandro Sangiorgi e Francesca Ciancio).

NOT è la rassegna del produrre naturale e del bere franco. Anche se – come in tutti i festival – le bottiglie e le risposte non hanno pari forza, viene promosso il valore di una consapevole difformità. Schietta e dialettica prassi ecosistemica e lavoro instancabile dissodano la terra, promuovono la vita e spianano la strada verso un vino che sia vero, salubre e buono anche senza aggettivi in etichetta.