Olivicoltura italiana, 90 milioni di euro in tre anni dai fondi Next Generation

“Sono 90milioni di euro suddivisi in tre anni che arriveranno dai fondi Next Generation e nuova ocm per l’olivicoltura italiana.” E’ quanto dichiarato dal Sottosegretario Giuseppe L’Abbate nel corso di un incontro, organizzato da L’Informatore Agrario, che ha visto la presenza di David Granieri, presidente di Unaprol- Consorzio Olivicolo Italiano, dell’economista professor Angelo Frascarelli dell’Università di Perugia e lo stesso Sottosegretario alle politiche agricole che, da buon pugliese, conosce le problematiche riguardanti l’olivicoltura.

Finalmente potrebbe essere preso in seria considerazione la realizzazione del Piano olivicolo italiano i cui costi ammontavano a 90 milioni di euro: beh, «adesso li abbiamo» dice il sottosegretario: “Non sfruttare questa occasione sarebbe delittuoso”.

I dati produttivi dell’ultimo decennio pongono in evidenza l’esigenza di intervenire tempestivamente per salvaguardare l’olivicoltura italiana, componente della “triade alimentare grano-olio-vino” che da sempre ha rappresentato la cultura agroalimentare mediterranea.

I dati venuti fuori dal tavolo tecnico dicono che “la campagna olivicola 2020 in Italia è stata di circa 250.000 tonnellate di olio, con un calo del 35% rispetto all’anno precedente e, soprattutto, distante anni luce dalle medie produttive degli anni tra il 2000 e il 2010, abbondantemente oltre le 500.000 tonnellate. Se pensiamo che nel 2016 e nel 2018 siamo scesi addirittura sotto le 200.000 tonnellate appare evidente che qualcosa non funziona nell’olivicoltura italiana. Un problema non da poco, considerando che con oltre un milione e 180.000 ettari si tratta della prima coltura per superficie del nostro paese. La maggior parte della superficie a oliveto italiana, ha rilevato Frascarelli, non remunera nemmeno il lavoro. Si tratta per lo più di un’attività part-time, quasi hobbystica. Un’affermazione confermata dai dati: secondo Ismea solo il 37% delle aziende olivicole italiane sono specializzate e in grado di sostenere la competitività del mercato. Il restante 63% possono essere considerate aziende marginali, per lo più familiari e orientate prevalentemente all’autoconsumo o poco più”.

Questi numeri rendono il nostro Paese non autosufficiente, considerando anche la quota destinata all’esportazione (circa 400 mila tonnellate). Quindi, c’è spazio per invertire le politiche di settore ed investire con convinzione per la ristrutturazione di un’olivicoltura che incrementi le superfici, aumenti i volumi dell’imbottigliato, punti su una compiuta strategia comunicativa, garantisca il reddito agli operatori della filiera valorizzando il binomio qualità dei prodotti/qualità del territorio per rappresentare l’orgoglio dell’eccellenza italiana.

Uno dei problemi maggiori è la mancanza di ammodernamento degli impianti negli ultimi 50 anni, questo fa sì che i costi di raccolta e potatura pesino sul costo di produzione totale fino al 70-80 per cento. Numeri che non ci consentono di essere competitivi sui mercati globali se consideriamo che fuori dalla comunità europea i costi di manodopera sono estremamente più bassi. Quindi nasce l’esigenza di intraprendere nuovi percorsi produttivi come l’ampliamento degli impianti intensivi, dove possibile, il semintensivo, ma anche recuperare l’olivicoltura di montagna puntando magari a favorire la qualità, meccanizzare alcuni processi produttivi, ecc. Un’attenzione particolare va rivolto anche all’ammodernamento degli impianti con l’introduzione di varietà molto più rispondenti delle esigenze di mercato. In sintesi si dovrà produrre di più e con maggiore qualità, per salvaguardare gli operatori dell’intera filiera ma anche per mantenere alto il vessillo del Made in Italy.