Il paradosso del grano: prezzi in caduta, agricoltori in crisi. È la fine del comparto?
Produrre grano sta diventando sempre più difficile. Non è solo il cambiamento climatico a compromettere la produzione: a pesare sono anche le dinamiche speculative dei mercati internazionali, che rendono sempre meno sostenibile coltivare grano in Italia e in Europa.
Nonostante ciò, il mercato del grano attraversa una fase di forte difficoltà, con quotazioni che – al netto di leggere fluttuazioni – restano su livelli storicamente bassi. A farne le spese è l’agricoltore, che si ritrova stretto in una morsa: da un lato i prezzi di vendita al minimo, dall’altro costi di produzione in continuo aumento.
Le spiegazioni che circolano sui principali quotidiani economici non fanno altro che aumentare lo sconcerto dei produttori. Ecco alcune delle ragioni più citate. Una delle cause principali del crollo dei prezzi è l’accesso incontrollato al mercato europeo di grano estero, spesso venduto a prezzi inferiori a quelli di produzione interna. In particolare, grano proveniente da Russia, Ucraina e Turchia arriva in Europa a costi estremamente bassi. Sebbene l’UE abbia introdotto dazi sul grano russo, la concorrenza resta agguerrita.
A questo si aggiungono le importazioni dal Canada, dove si utilizzano pratiche agricole – come il glifosato in pre-raccolta – vietate in Italia, generando un evidente squilibrio competitivo.
Dopo la turbolenza seguita allo scoppio della guerra in Ucraina, il mercato ha registrato un assestamento dei prezzi, anche grazie a raccolti abbondanti in alcune grandi aree produttive. Le scorte mondiali sono tornate elevate, e ciò ha contribuito a far scendere ulteriormente le quotazioni.
Il mercato resta comunque sensibile alle condizioni climatiche, il cosiddetto weather market: mentre alcune zone (come la Sicilia) affrontano siccità e rese in calo, altre – come alcune aree della Russia – hanno registrato produzioni sopra la media, bilanciando l’offerta globale.
Un altro fattore, seppur secondario, è la riduzione dei consumi interni. In Italia, il consumo pro capite di pasta è diminuito negli ultimi dieci anni. Sebbene le esportazioni abbiano in parte compensato la flessione, ciò non si è tradotto in un beneficio diretto per i produttori di grano duro italiani.
La volatilità dei mercati, i bassi prezzi dei futures e un clima di generale incertezza scoraggiano gli investimenti nel settore primario e mantengono i prezzi sotto pressione.
In molti Paesi, l’agricoltura ha perso centralità nelle agende politiche. Gli interventi pubblici sono spesso tardivi, frammentati o inefficaci. Manca una strategia chiara per tutelare i produttori e regolare efficacemente il mercato.
Il vero paradosso: aumentano i costi, calano i ricavi. Oltre alle dinamiche di mercato, c’è una realtà ben più tangibile: i costi di produzione sono esplosi. Mentre il prezzo del grano è tornato ai livelli di dieci anni fa, le spese per gli agricoltori – dai fertilizzanti all’energia, passando per i mezzi agricoli – sono aumentate in modo esponenziale, erodendo del tutto la redditività e costringendo molti produttori a ridurre le superfici coltivate, o addirittura ad abbandonare l’attività.
Con lo sguardo rivolto alla prossima annata, sempre più agricoltori iniziano a chiedersi se valga la pena seminare. Nonostante gli aiuti comunitari, la coltivazione del grano resta una scelta economicamente perdente.
L’abbandono della cerealicoltura non è solo una questione economica, ma sociale e ambientale.
Il progressivo ritiro dalle campagne comporterebbe il degrado delle aree interne, colpendo anche i settori collegati – foraggere e zootecnia in primis – e accelerando lo spopolamento dei territori rurali.
Eppure, soluzioni esistono. Basterebbe iniziare da tre punti chiave: regolamentare le speculazioni sui beni agricoli; rafforzare le politiche agricole, sia europee che nazionali; incentivare filiere corte e trasparenti, premiando il grano italiano con strumenti che vadano oltre i sussidi e garantiscano prezzi minimi sostenibili per chi produce.
Il comparto cerealicolo non può essere lasciato a sé stesso. Perché dove muore un campo di grano, si spegne un pezzo di territorio, di economia, di cultura. E questa è una perdita che non possiamo permetterci.