Notizie

Incendi: era già tutto previsto. Tranne l’abbandono delle campagne da parte degli agricoltori

«Anticipare l’avvio della campagna antincendio e prolungarne la durata non è una scelta precauzionale generica, è la risposta concreta a dati climatici che non lasciano spazio all’improvvisazione». Lo aveva detto l’assessore al Territorio e Ambiente Giusi Savarino annunciando che è partita la campagna antincendio della Regione Siciliana, da alcuni anni in anticipo rispetto al calendario tradizionale e con una durata più lunga, fino al 31 ottobre. 

Ed ancora: «Il cambiamento climatico non è uno scenario futuro, è la realtà con cui operiamo ogni estate. Abbiamo lavorato per garantire che gli operai forestali siano presenti sul territorio per più giornate rispetto al passato, perché sappiamo che la prevenzione si fa con i piedi per terra, nei boschi, lungo i sentieri, prima che le fiamme si sviluppino.

Sollecitiamo i Comuni a far rispettare le ordinanze per la pulizia delle sterpaglie ai privati proprietari dei terreni, le Province, l’Anas e tutti gli enti che hanno competenza ad effettuare gli interventi di ripulitura: la prevenzione è un obbligo condiviso. Chiediamo ai siciliani – ha concludeva l’assessore – di fare la loro parte: ogni principio di incendio, ogni comportamento sospetto, ogni anomalia nel territorio va segnalata immediatamente al numero 1515. Il 98 per cento dei roghi è di origine umana — dolosa o colposa — e spesso basta una segnalazione tempestiva per evitare una catastrofe».

In particolare nel trimestre giugno-luglio-agosto, in cui si prevedono valori oltre le medie e con picchi più elevati, gli operai forestali saranno impegnati per un numero di giornate lavorative superiore rispetto agli anni precedenti. Da 151 giorni lavorativi si passa a 174. Per i cosiddetti “centounisti” le giornate lavorative passano a 124.

Diceva ancora che: Si avrà una nuova riorganizzazione dei direttori delle operazioni di spegnimento (DOS) per la cui attività è stata già completata la fornitura degli automezzi acquistati con fondi FSC, inoltre sono stati immessi i nuovi 46 agenti del Corpo Forestale e, entro la fine dell’anno, saranno formate ulteriori 188 unità, con un investimento strutturale nel ricambio generazionale del Corpo. 

«Ci aspetta un’estate impegnativa— sottolinea il dirigente generale del Corpo Forestale della Regione Siciliana Dorotea Di Trapani – le previsioni sono chiare e ci stiamo preparando di conseguenza. Ma voglio rivolgere un appello diretto ai cittadini: non limitatevi a chiamare il 1515 quando il fuoco è già divampato. Diventate sentinelle del territorio. Riappropriatevi di questi boschi, di questi paesaggi: sono un patrimonio che appartiene a tutti e che dobbiamo consegnare intatto alle generazioni future»

Era già tutto previsto. Quello che non avevano previsto – che in campagna non ci sono più gli agricoltori custodi. Nessun sistema antincendio, per quanto efficiente, può sostituire il presidio quotidiano garantito da migliaia di agricoltori e allevatori. Il primo vero corpo forestale della Sicilia non è fatto soltanto di divise, autobotti ed elicotteri: è costituito da chi vive ogni giorno la campagna, coltiva la terra, mantiene puliti i terreni, pascola gli animali, cura i muretti a secco, ripristina i sentieri e impedisce che la vegetazione diventi un’immensa distesa di combustibile pronta ad alimentare le fiamme.

Attività che fino a qualche decennio addietro veniva assicurata da tanti operatori agricoli. L’agricoltore non produce soltanto grano, olio, vino o latte. Produce sicurezza ambientale.

L’allevatore non alleva soltanto animali. Custodisce il territorio, preserva la biodiversità e svolge un servizio pubblico che raramente viene riconosciuto.

Eppure queste figure stanno scomparendo.

Non perché abbiano perso la passione, ma perché il sistema economico le sta espellendo.

I numeri sono impietosi.

Il latte ovino viene pagato in Sicilia circa 1,20 euro al litro, mentre in molte regioni del Centro Italia supera 1,50 euro; il grano duro viene remunerato appena 20 centesimi al chilogrammo, un prezzo che non copre neppure il 40% dei costi sostenuti dalle aziende agricole. Il paradosso è sconfortante: oggi un cerealicoltore deve vendere circa 25 chilogrammi di grano per acquistare un solo chilogrammo di pane. Una sproporzione che racconta meglio di qualsiasi statistica la crisi del settore primario.

Di fronte a queste condizioni economiche, molti imprenditori agricoli rinunciano. I terreni vengono abbandonati, i pascoli si trasformano in sterpaglie, la macchia invade gli spazi coltivati e il territorio perde, anno dopo anno, i suoi custodi naturali.

Come ricordava il senatore Giuseppe Medici qualche decennio addietro, gli animali rappresentavano per l’azienda agricola un “male necessario”: fonte di costi e di lavoro incessante, ma indispensabili per garantire fertilità del suolo, reddito e stabilità economica dell’impresa agricola.

Quando poi arriva il caldo estremo o la scintilla di un incendio doloso, il fuoco trova un ambiente perfetto per propagarsi.

Ecco perché gli incendi non si combattono soltanto con Canadair, elicotteri e squadre di soccorso. Si combattono durante tutto l’anno, sostenendo chi vive e lavora nelle campagne.

Difendere l’agricoltura significa fare prevenzione. Sostenere la zootecnia significa proteggere i boschi. Garantire un reddito dignitoso agli agricoltori significa investire nella sicurezza del territorio.

La politica, invece, continua troppo spesso a intervenire solo quando le montagne bruciano, limitandosi a dichiarazioni di circostanza, richieste di stato di emergenza e provvedimenti temporanei. Ma la vera emergenza è iniziata molti anni fa, quando si è smesso di considerare l’agricoltura come un’infrastruttura strategica per la tutela ambientale.

Non bastano più contributi occasionali o interventi tampone. Serve una politica agricola capace di garantire redditività alle imprese, valorizzare il lavoro degli allevatori e riportare giovani e famiglie nelle campagne.

Perché senza agricoltori non perderemo soltanto produzioni di eccellenza.

Perderemo il presidio del territorio.

Perderemo il paesaggio.

Perderemo biodiversità.

Perderemo intere comunità rurali.

Perderemo la nostra storia e la nostra identità

E continueremo, ogni estate, a contare ettari di bosco distrutti, aziende cancellate, animali uccisi e risorse pubbliche impiegate per rincorrere un’emergenza che avrebbe potuto essere prevenuta.

La Sicilia non ha bisogno soltanto di più mezzi antincendio, giornate di lavoro in più, mezzi ultra moderne, guardie forestali, ecc.

Ha bisogno di riportare vita nelle campagne.

Perché dove vive un agricoltore, dove pascola un gregge e dove un’impresa continua a coltivare la terra, il fuoco trova sempre un nemico in più.

Ed è questa la più efficace politica di prevenzione che la nostra Regione possa mettere in campo.

Ora: “La politica ha annunciato lo stato di calamità per i territori coinvolti, arriveranno le indennità (vedremo quando) e tutto finisce qui! Che tristezza.