Economia e Lavoro

La risposta alla crisi dell’agricoltura non può essere rappresentata dai ristori

Da anni la politica continua a rispondere alle difficoltà degli agricoltori attraverso contributi, aiuti, finanziamenti straordinari e misure emergenziali. Strumenti che possono avere una loro utilità nell’immediato, soprattutto quando un’azienda è colpita da una calamità o da una crisi eccezionale, ma che non possono diventare la politica agricola di un Paese.

Perché il ristoro, nella maggior parte dei casi, arriva quando il danno è già stato fatto. Serve a pagare i debiti contratti, a coprire una parte delle perdite, a consentire all’impresa di sopravvivere ancora per qualche mese. E soprattutto non risponde alla domanda fondamentale: perché un agricoltore non riesce più a vivere dignitosamente del proprio lavoro? È questa la questione che la politica dovrebbe affrontare.

Un’agricoltura che produce, ma non riesce più a remunerare il lavoro

Oggi la crisi attraversa praticamente tutti i comparti. Grosse quantità di vino rimangono invendute. Il prezzo dell’olio è tornato su livelli che rendono sempre più difficile sostenere i costi della produzione. Il grano continua a essere pagato a prezzi che non consentono al produttore di remunerare adeguatamente il proprio lavoro. Le pesche spesso non hanno praticamente mercato. Perfino l’uva Italia e altre varietà di pregio vengono pagate cifre che, in molti casi, non giustificano i costi di coltivazione e raccolta. E potremmo continuare con altri comparti. Il problema, dunque, non è che l’agricoltura non produce. Il problema è che produce senza riuscire a creare reddito sufficiente per chi produce. E quando il prezzo di vendita non copre i costi di produzione, l’agricoltore non sta più facendo impresa: sta finanziando la filiera con il proprio lavoro e con il proprio patrimonio.

È una situazione che alla lunga non può reggere.

Non servono soltanto soldi: servono regole

Abbiamo costruito negli anni un sistema nel quale chiediamo all’agricoltore di essere contemporaneamente imprenditore, custode del paesaggio, presidio ambientale, conservatore della biodiversità, garante della sicurezza alimentare e protagonista della transizione ecologica, a volte anche alla Protezione civile.

Poi, però, gli chiediamo di vendere i suoi prodotti a prezzi che spesso non coprono nemmeno i costi.

Gli diciamo di investire, innovare, ridurre l’impatto ambientale, rispettare nuovi obblighi, compilare registri, presentare domande, rispettare regolamenti e certificazioni. E contemporaneamente lo lasciamo esposto a un mercato nel quale il suo potere contrattuale è spesso infinitamente più debole di quello degli altri protagonisti della filiera. Questo modello non è sostenibile.

Se vogliamo salvare l’agricoltura dobbiamo avere il coraggio di affrontare le cause strutturali della crisi.

Il prezzo non può essere inferiore al costo di produzione

Questo è probabilmente il punto centrale. Non possiamo continuare a parlare di agricoltura sostenibile se il prezzo riconosciuto al produttore non consente di sostenere i costi di produzione. Bisogna rafforzare i controlli lungo la filiera, contrastare le pratiche commerciali sleali e aumentare la trasparenza nei rapporti tra produttori, intermediari, industria e grande distribuzione organizzata. Il prezzo agricolo deve essere costruito partendo da una conoscenza reale dei costi. Non si tratta di chiedere privilegi. Si tratta di affermare un principio elementare: chi produce cibo deve poter vivere dignitosamente del proprio lavoro. Energia, carburanti, fertilizzanti e cambiamenti climatici

Un altro fronte è quello dei costi. Energia, carburanti, fertilizzanti, acqua, manodopera, macchinari e servizi hanno raggiunto livelli che incidono pesantemente sui bilanci aziendali. A questo si aggiunge una variabile che non possiamo più considerare eccezionale: il cambiamento climatico. Siccità, alluvioni, gelate, grandinate, temperature anomale e nuove fitopatie stanno modificando radicalmente il modo di fare agricoltura. Per questo occorre riformare profondamente il sistema delle assicurazioni agevolate contro le calamità naturali, rendendolo realmente accessibile alle piccole e medie imprese e soprattutto garantendo tempi certi e rapidi per gli indennizzi. Non possiamo chiedere all’agricoltore di assicurarsi e poi lasciarlo per anni in attesa di ricevere quanto gli spetta.

La trasparenza deve arrivare anche sul piatto del consumatore

C’è poi un’altra battaglia fondamentale: l’origine degli alimenti. Il consumatore deve sapere cosa sta acquistando, da dove provengono le materie prime e in quale Paese sono state prodotte. La trasparenza non è soltanto un diritto del consumatore. È uno strumento di valorizzazione dell’agricoltura italiana.

Se un prodotto italiano compete sul mercato con un prodotto proveniente da un altro Paese, il consumatore deve poter conoscere chiaramente l’origine delle materie prime. E soprattutto bisogna pretendere reciprocità nelle regole commerciali. Non possiamo chiedere ai nostri agricoltori di rispettare standard ambientali, sanitari, sociali e di sicurezza sul lavoro sempre più rigorosi e contemporaneamente consentire l’ingresso di prodotti provenienti da Paesi nei quali quegli stessi standard non vengono applicati allo stesso modo.

La concorrenza deve essere leale

La conseguenza è già sotto i nostri occhi. La cosa più preoccupante è che gli effetti di questa crisi stanno già modificando il comportamento degli agricoltori. Sempre più produttori si chiedono se valga la pena continuare. Non arare un terreno perché i costi sono superiori al ricavo (18 centesimi a chilo) non è una scelta ideologica: è una scelta economica. Non raccogliere un prodotto perché il prezzo non copre il costo della raccolta non è irresponsabilità (uva Italia 60 centesimi – pesche, prezzi in caduta libera): è sopravvivenza. Non aprire un frantoio perché lavorare l’olio a determinate condizioni non è più economicamente sostenibile è il segnale di una crisi profonda della filiera. E quando un agricoltore smette di coltivare, non perdiamo soltanto un’impresa.

Perdiamo un pezzo di territorio. Perdiamo paesaggio. Perdiamo biodiversità. Perdiamo conoscenze. Perdiamo giovani che avrebbero potuto scegliere l’agricoltura come professione. E, soprattutto, perdiamo capacità produttiva e sovranità alimentare.

Agli agricoltori non servono soltanto soldi per sopravvivere. Servono condizioni per poter lavorare e guadagnare. Non chiedono elemosine. Chiedono di poter fare impresa. E questa non è una richiesta corporativa. È una questione di interesse di Sovranità Alimentare Nazionale.