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No Mafia – La cooperazione che vince le mafie alla ricerca di stabilità

Beni confiscati e cooperazione. Un binomio che con gli anni è diventato sempre più solido. Adesso si tratta di andare oltre la rivoluzionaria legge che ha permesso l’affidamento di aziende a cooperative sociali. Bisogna, in sostanza, evitare di disperdere le risorse e le competenze investite nel corso degli ultimi decenni nei beni sottratti alla criminalità organizzata. «La legge vigente prevede che i beni dati in affidamento alle coop, trascorsi 30 anni, debbano essere messi a bando. Presenteremo una proposta di legge che preveda bandi con premialità per gli attuali affidatari, così da non mortificare le prospettive di lavoro e i progetti di vita di tanti cooperatori», ha anticipato Filippo Parrino, presidente di Legacoop Sicilia, aprendo i lavori della giornata “No Mafia” organizzata da Legacoop Sicilia ieri a Palermo presso il museo archeologico regionale Antonio Salinas.

I lavori, coordinati da Giovanni Pagano, responsabile regionale di Legacoop per la legalità e i beni confiscati, sono proseguiti con una conversazione tra Vito Lo Monaco, presidente del Centro Pio La Torre, e lo storico ed ex presidente di Legacoop Sicilia Elio Sanfilippo, sul tema “L’impegno della società civile dall’uccisione di La Torre e dalle stragi di Capaci e via D’Amelio”. Ad introdurre il tema, il giornalista Vittorio Corradino.

I relatori della giornata – Antonino Caleca, componente Cga Regione Siciliana, Daniela Crimi, dirigente scolastico del liceo linguistico “Cassarà” di Palermo, Claudio Fava, presidente della Commissione Regionale Antimafia, Rino Giacalone, giornalista, Ludovica Ioppolo, ricercatrice Istat e Raffaele Malizia, presidente della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo – sono stati tutti concordi nel sostenere che nulla deve essere cambiato nella legge che prevede il sequestro e la confisca dei beni appartenenti ai mafiosi, mentre possono essere migliorate le norme che riguardano i passaggi successivi dell’affidamento. Senza escludere la possibilità di vendita, finora vista come un tabù per il timore che i beni confiscati possano tornare sotto il controllo della criminalità organizzata.

«La confisca dei beni appartenuti alla criminalità organizzata – ha sottolineato Mauro Lusetti presidente nazionale di Legacoop, concludendo i lavori della mattinata – è uno strumento che fa bene alla società per diversi motivi. Non si tratta solo della restituzione di beni e risorse economiche alla collettività che sono state illecitamente accumulate, ma rappresenta un contributo concreto alla realizzazione di una economia trasparente. L’opacità del mercato, alimentata e fortemente perseguita dal malaffare della mafia, tarpa le ali alle imprese sane e ancora di più alle nostre cooperative che condividono principi etici e di comportamento ben al di sopra di qualsiasi norma».

Diversi gli esempi concreti in cui grazie alla cooperazione i beni e le imprese oggetto di confisca sono diventati esperienze di successo. Le testimonianze dell’associazione Addiopizzo, della coop Geotrans, del Consorzio Libera Terra Mediterraneo, dell’associazione Libera e della coop Progetto Olimpo, hanno tracciato, tra luci e ombre, le storie di attività imprenditoriali uniche, in cui la tenacia e la condivisione di valori da parte dei cooperatori ha fatto la differenza. 

Nei percorsi di crescita nella legalità, un ruolo importante è stato giocato da Coopfond, il fondo mutualistico di Legacoop. Perchè al di là delle consulenze specialistiche, legali e amministrative, per fare decollare un’impresa, serve la liquidità che spesso i soci cooperatori non sono in grado di assicurare. Ecco che nel 2005 scende in campo di Coopfond che inizia ad erogare contributi a fondo perduto per le nuove strutture. Quindici in tutto, e prevalentemente in Sicilia, alle quali è stato erogato complessivamente un milione di euro. «Successivamente – ha ricordato Simone Gamberini, direttore generale di Coopfond – il sostegno alle coop e ai consorzi affidatari dei beni confiscati è stata indirizzata verso la capitalizzazione come socio sovventore». Una iniziativa che di recente ha interessato molti di quelli che in gergo i tecnici chiamano i Wbo, ovvero i “workers buyout”. Sono le “imprese recuperate” grazie alle cooperative nate per iniziativa di dipendenti che rilevano l’azienda – o un ramo di essa – e riescono in questo modo a mantenere un’attività produttiva, altrimenti destinata alla chiusura, e il proprio posto di lavoro.