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Vicari, il borgo della longevità. La signorina Anna Castelli e la memoria di una comunità

Vicari, antico borgo medievale affacciato sulla valle del fiume San Leonardo, si conferma ancora una volta paese della longevità. Qui, con una certa cadenza, il paese si ferma per festeggiare una nuova centenaria. Non è soltanto una ricorrenza anagrafica: è un piccolo rito collettivo, un modo per celebrare una persona che, attraversando un secolo di storia, è diventata parte della memoria stessa della comunità.

L’ultima in ordine di tempo è stata Anna Castelli, per tutti semplicemente la signorina Anna. E guai a chiamarla diversamente: a quella parola, signorina, è ancora oggi profondamente legata.

Attorno a lei, nel giorno della festa, si sono ritrovati l’arciprete Padre Giuseppe Fricano, il sindaco Antonio Miceli, parenti, nipoti e circa un centinaio di persone, quasi tutte provenienti da quel quartiere, da quella piccola piazzetta che un tempo era molto più di uno spazio urbano: era una casa allargata, il luogo nel quale si viveva, si lavorava, si discuteva, si litigava e, soprattutto, ci si aiutava.

La longevità, spiegano gli studi scientifici, è il risultato di una combinazione di fattori. La componente genetica sembra avere un peso importante, ma non esclusivo; alimentazione, ambiente, stili di vita e relazioni sociali contribuiscono a costruire quel complesso mosaico che accompagna una persona fino a un’età molto avanzata. Le percentuali possono variare da uno studio all’altro e non esiste una formula matematica capace di spiegare il segreto dei centenari.

Ma osservando la storia di Anna, viene quasi spontaneo cercare proprio quei tre elementi: genetica, alimentazione e socialità.

La genetica, nella sua famiglia, sembra avere certamente una parte. La sorella ha raggiunto i 96 anni, mentre i fratelli hanno superato i 92. Una longevità familiare che racconta una predisposizione, ma che da sola non basta a spiegare tutto.

Poi c’è il cibo.

Anna racconta una vita alimentare semplice, quasi austera. Preferisce legumi, verdure, olive, mandorle, olio extravergine, pesce e frutta. Non ama la carne e tantomeno i salumi e gli insaccati, come se conoscesse il grassi saturi. Limitata anche nel consumo di zucchero e sale. La sera mangia pochissimo e qualche volta, semplicemente, salta la cena.

Non c’è nessuna dieta costruita a tavolino, nessun alimento miracoloso, nessuna ricetta segreta. C’è piuttosto quella che un tempo era una normalità della vita contadina: mangiare ciò che il territorio offriva, seguire la stagionalità, non eccedere, conoscere il valore del cibo e non sprecare.

Ma forse il vero segreto di Anna è un altro.

È nelle relazioni umane.

Nel quartiere, che qualcuno ancora chiama baglio o piazzetta, Anna è stata per decenni una figura centrale. La sua professione di sarta l’aveva trasformata naturalmente in un punto di riferimento. Da lei si andava per farsi aggiustare un vestito, certo, ma anche per chiedere un consiglio, raccontare una preoccupazione, confidare una gioia o semplicemente trascorrere qualche minuto insieme.

La sua sartoria era, in fondo, anche una piccola agorà popolare.

Anna ascoltava tutti. Con pazienza, discrezione e un’allegria che sembrava non abbandonarla mai. Era una presenza capace di ricucire, metaforicamente, persino gli strappi tra le persone.

E c’erano anche i ragazzi.

Accorrevano da lei per un confetto, una caramella, una parola affettuosa. E quando tra loro nasceva qualche animosità, spesso bastava la sua presenza per riportare la calma.

«A signorina c’era per tutti», raccontano ancora oggi.

È forse questa una delle frasi che meglio descrive la sua storia.

Perché il vecchio baglio era soprattutto un luogo di reciprocità. Qui circolavano non soltanto parole e affetti, ma anche cose concrete. Il liviteddu, o criscituri, il lievito madre, passava da una casa all’altra. Se a qualcuno mancava un pugno di legumi per preparare la pasta, si trovava sempre qualcuno disposto a darlo.

Non era beneficenza. Era comunità.

Era quella cultura dell’aiuto reciproco che permetteva alle famiglie di affrontare insieme le difficoltà quotidiane. Un patrimonio immateriale fatto di gesti semplici, quasi invisibili, ma capaci di costruire una società nella quale nessuno era veramente solo.

E Anna, in quella società, era una delle sue figure più importanti.

Una donna ricorda ancora oggi un episodio che dice molto più di tante parole. La madre morì improvvisamente e quella notte Anna, con le sue mani da sarta, le cucì il vestito per il funerale.

Non era soltanto un lavoro.

Era un gesto d’amore.

Tra il 1967 e il 1968, negli anni segnati dalla crisi e dalle difficoltà che seguirono il terremoto, Anna e la sua famiglia tentarono anche l’esperienza americana. Ma quell’avventura durò poco. Il richiamo del paese, degli amici, delle persone dello slargo di Cavour, fu più forte.

Tornarono.

Perché talvolta un luogo non è soltanto un luogo. È l’insieme delle persone che lo abitano. È la memoria delle voci, delle porte che si aprono, delle sedie portate fuori casa, dei bambini che giocano, delle donne che si chiamano da una finestra all’altra.

E forse è proprio qui che si comprende il valore della festa di Anna.

Non si festeggiano soltanto cento anni di vita.

Si festeggiano cento anni di una donna, ma anche cento anni di una comunità che attraverso di lei riesce, per qualche ora, a ritrovare se stessa.

Gli anziani del quartiere raccontano aneddoti, ricordi, storie. Anna, tirata a lucido per l’occasione, con i capelli appena sistemati, ascolta, sorride, parla, saluta, abbraccia e bacia tutti.

La sua mente è ancora lucida.

E sembra quasi che sia proprio la memoria a darle la forza.

Ricorda nomi, volti, episodi. Ricorda soprattutto coloro che non ci sono più. Uno dopo l’altro riaffiorano dalla sua memoria i volti delle persone della piazzetta che hanno condiviso con lei una parte della vita.

In quel momento Anna diventa qualcosa di più di una centenaria.

Diventa un archivio vivente.

La sua memoria custodisce una comunità che altrimenti rischierebbe di scomparire insieme alle persone che l’hanno abitata.

Poi arriva il momento della funzione. Padre Giuseppe Fricano impartisce la benedizione. Il sindaco Antonio Miceli porta il saluto dell’amministrazione e della comunità. Poi arrivano le parole di Francesco Bruscato, che racconta di essere cresciuto anche attraverso le carezze, i baci e le coccole della signorina Anna.

Ed è forse questa la fotografia più bella di tutta la giornata.

Una donna di cento anni circondata da persone che, in qualche modo, sono state figlie, nipoti, bambini e amici della sua vita.

Poi la torta.

Lo spumante.

Gli applausi.

E l’augurio rituale: «Altri cento anni!»

Qualcuno sorride, qualcun altro risponde scherzando:

«Speriamo di arrivarci!»

Ma dietro quella battuta c’è una domanda molto più profonda: qual è davvero il segreto per arrivare a cento anni?

Forse non esiste una risposta unica.

Forse c’è la genetica, c’è il cibo semplice, c’è uno stile di vita sobrio. Ma c’è soprattutto la capacità di sentirsi parte di qualcosa.

Anna ha vissuto dentro una comunità che non conosceva ancora la solitudine digitale, le relazioni consumate attraverso uno schermo, l’isolamento delle case chiuse. Conosceva invece il valore di una porta sempre pronta ad aprirsi, di una sedia messa fuori, di un pezzo di lievito madre donato al vicino, di un pugno di legumi condiviso, di una parola detta al momento giusto.

Erano altri tempi, certamente.

Non c’erano tutte le tecnologie di oggi, non c’erano la velocità e le comodità alle quali siamo abituati. Ma c’erano il tempo, la presenza, la vicinanza e quella spensieratezza che forse apparteneva più alla gioventù che al benessere materiale.

E allora, guardando Anna circondata dalla sua gente, viene da pensare che una delle più belle definizioni della civiltà contadina sia proprio questa:

un tempo in cui la casa era famiglia e la famiglia era casa.

Anna Castelli ha compiuto cento anni.

Ma quel giorno, a Vicari, non si è festeggiata soltanto la sua età.

Si è festeggiato un modo di vivere.

Un modo nel quale il cibo nutriva il corpo, la comunità nutriva l’anima e la memoria teneva insieme le generazioni.

E forse, mentre Anna spegneva le sue cento candeline, tutti quelli presenti hanno capito che la vera longevità non consiste soltanto nel vivere a lungo.

Consiste nel lasciare, lungo il cammino, abbastanza affetto perché qualcuno abbia ancora voglia di ricordarti.