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Green Deal europeo, non solo soldi ma cambiamento culturale

I cambiamenti climatici e il degrado ambientale sempre in agguato sono una minaccia enorme per l’Europa e il mondo. Per superare queste sfide, L’Unione europea ha messo in atto una nuova strategia per la crescita chiamata Green Deal (Percorso verde – rivoluzione verde) che trasformi l’Europa in un’area economicamente moderna, efficiente e competitiva sia sotto il profilo dell’utilizzo delle risorse, sia dello sviluppo.

Un ambizioso programma che comprende moltissime azioni inerenti ogni aspetto della nostra vita e che mira a raggiungere principalmente tre obiettivi:

  • fare dell’Europa, entro il 2050, un continente climaticamente neutro (con zero emissioni nette di gas serra);
  • far sì che la crescita economica diventi sostenibile e non incentrata, quindi, sullo sfruttamento delle risorse;
  • far sì che questo cambiamento avvenga in modo equo, cioè senza creare perdite in termini di occupazione (ma al contrario creando posti di lavoro) e riducendo la disuguaglianza sociale nel nostro continente (meccanismo della “giusta transizione”)

Il Programma doveva avere inizio dal 2020, ma causa della pandemia è stato prorogato al primo gennaio 2023. Una programmazione che è stata sollecitata e dettata da uomini di cultura e di scienza di tutta Europa per richiamare l’attenzione della classe politica europea e non solo sulla necessità di intervenire per salvaguardare il vecchio continente e diventare da monito per il resto delle popolazioni mondiali.

Una progettualità inerente, non solo “una cura” per i cambiamenti climatici, ma anche l’adozione di misure per la ripresa della nostra economia a marca green, la cui portata riguarda uno sviluppo sostenibile e non incentrato sullo sfruttamento delle risorse.

Una “rivoluzione” che deve coinvolgere tutti i settori della nostra economia e che prevede investimenti in tecnologie rispettose dell’ambiente, sostenere l’industria nell’innovazione, introdurre forme di trasporto privato e pubblico più pulite economiche e più sane, la decarbonizzazione del settore energetico, garantire una maggiore efficienza energetica degli edifici, una collaborazione con i partner internazionali per migliorare gli standard ambientali mondiali.

La rivoluzione non sarà sicuramente indolore. Lo dimostrano il rinvio al 1° gennaio 2024, operato nel corso dell’approvazione della legge di bilancio, per l’entrata in vigore dell’imposta sui manufatti in plastica monouso, la cosiddetta plastic tax e dell’imposta sul consumo delle bevande analcoliche, la sugar tax, nonché il rimando della nuova Direttiva sui fitofarmaci (2009/128/CE, recepita con il decreto legislativo del 14 agosto 2012, n. 150) inerente il “quadro per l’azione comunitaria ai fini dell’utilizzo sostenibile dei pesticidi”, Piani di Azione Nazionali (PAN) per stabilire gli obiettivi, le misure, i tempi e gli indicatori per la riduzione dei rischi e degli impatti derivanti dall’utilizzo dei prodotti fitosanitari.

Insomma, parliamo di un vero cambiamento che non può essere solo impositivo ma deve diventare soprattutto culturale. Elemento questo da non sottovalutare poiché questo obiettivo deve coinvolgere tutta l’economia e tutti i cittadini dell’Unione europea, i quali, per il 95 per cento chiede che ci sia un contributo importante dell’economia e della politica rispetto al clima e al cambiamento climatico.

Un Piano che prevede, per i prossimi cinque anni, un investimento di mille miliardi di euro. Ma il denaro non può essere la trave di volta del cambiamento strategico, occorre, viceversa un cambiamento culturale, perché la posta in gioco è la nostra sopravvivenza del nostro pianeta.