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La pantofola: il dolce dei nonni di Frank Sinatra

Lercara Friddi, per le sue vicissitudini sociali, demografiche ed economiche, si conferma come uno dei centri più interessanti della Sicilia. I nuclei familiari, provenienti dai paesi viciniori, che nei secoli hanno ingrossato il tessuto urbano e la forte struttura commerciale che nel tempo si è contraddistinta e che in parte ancora oggi resiste, hanno contribuito a importare alcune peculiarità gastronomiche davvero singolari.

Nasce e prolifera, non per caso, ma grazie all’arrivo quasi apocalittico di numerose popolazioni dei paesi viciniori richiamati dall’odore pungente dello zolfo e dalla speranza di sovvertire le proprie sorti economiche. In questa migrazione hanno portano con loro, culture, storie, speranze, ma anche i monumenti gastronomici come la ‘nfriulata, ‘u cudduruni, la fuazza, la muffoletta, il pastizzotto, ecc. di cui la cittadina della Valle del Torto si fregia.

In questo groviglio di sapori e saperi sono rimaste anche la tradizione della cucina dei minatori, quella dei carrettieri ma anche qualche sprazzo di gusto inglese delle famiglie Garden e Roses che hanno vissuto in questa comunità.

Comunque sia, il pastizzotto o pasticciotto, resta il dolce bandiera o identitario dell’intera comunità. A questo dolce la popolazione si riconosce e lo considera proprio. Il pastizzotto era una prerogativa del pasticciere di Pietro Garofalo ma anche del rinomato Luigi Milazzo, pare che entrambi avessero avuto concessa la ricetta originaria, lascito della famosa pasticceria Dina, che ebbe il merito d’aver creato una prelibata crema di caffè che procurò agli inizi del Novecento un primato nazionale per la liquoristica e veniva consumata fino agli anni ’70, ma anche il famoso “pezzo duro”, un gelato che è ancora presente negli occhi e tra i sapori dei meno giovani. Il pastizzotto era un dolce che veniva consumato nel corso delle feste natalizie.

In passato era un dolce per ricchi, lo dice il suo prezioso contenuto, così come il nome, ma soprattutto la sua differenziazione netta con il cucciddatu, dolce proletario, il cui contenuto è costituito da fichi e arricchito di scaglie di cioccolato. Nino Mavaro riguardo a questo dolce racconta: “I mustazzoli erano dolci per i poveri, la farcia era costituita da fichi secchi misti a qualche scaglia di cioccolato. I dolci dei ricchi erano i pastizzotti dove ʼu chinu (farcia) era realizzato con le mandorle, naturalmente più costose. Alla fine della messa di mezzanotte del Natale, i ragazzi lanciavamo questi due dolci alle ragazze che uscivano dalla chiesa. I benestanti tiravano i pastizzotti, mentre quelli meno facoltosi i mustazzoli. Le ragazze giovani se venivano centrate dai pastizzotti pensavano a uno spasimante ricco, mentre rimanevano deluse se venivano colpite dai mustazzoli che rappresentavano il cibo dei poveri”. La tradizione vuole che i due dolci venissero lanciati dai ragazzi, per preannunciare la dolcezza che volevano riservare alle donzelle.

Questo dolce presenta una forma ovoidale, ha una lunghezza di circa 8 cm e una larghezza di 5 cm, e il peso si aggira attorno ai 90 g. È di consistenza fragrante, compatta e di colore bruno nocciola. Il dolce viene glassato (marmuratu), cioè rivestito da un composto costituito da albume d’uovo, zucchero a velo e succo di limone, oppure spolverato con zucchero a velo, secondo i gusti. Il ripeno, ’u chinu, è costituito da mandorle tritate (ecotipi locali tessitura, cavaleri, reggina, zà Gnazzidda), frutta candita e di recente con aggiunta di scaglie di cioccolato; la coloritura è gialla con sfumature che variano dal paglierino all’ambrato, con consistenza morbida.

A cambiare il nome è stato il rinomato pasticciere Luigi Milazzo, dopo che sentì chiamare pantofole i suoi prelibati pastizzotti da una nobildonna palermitana. Da quel momento i pastizzotti cambiarono identità, pur rimanendo intatta la loro straordinaria bontà.

Dietro la cattedrale, nell’attuale piazza Sett’Angeli esisteva fino al 1860 l’omonimo monastero, distrutto dai bombardamenti borbonici; le monache che vi risiedevano preparavano per il periodo natalizio un impasto dolce composto da farina e zucchero, mandorle tritate, aromatizzato con miele, succo d’arancia o cannella, chiamato pantofola”, l’affermazione originaria dell’esistenza di questo dolce ci perviene da Giuseppe Pitrè.

Dunque stiamo parlando di un dolce conventuale. Un dolce che, scappato dalle grate dei conventi, ed è arrivato anche a Lercara Friddi (Pa). La pantofola o pastizzotto, veniva preparata con un tipo di farina ricavato da un grano gentile chiamato maiorca i cui costi erano proibitivi al punto che era celebre il detto: “Ti voi ’nsignari a pagari li detti simina maiorca e chianta catarratti”; i meno facoltosi, per ottimizzare il costo e la qualità, mescolavano la maiorca con la farina di grano duro. Era un dolce socializzante e di condivisione, sia nella fase di preparazione che in quella di consumo. Madri, figlie, nonne, amiche, ecc., qualche settimana prima del Natale, si riunivano nei pianoterra dotati di forno a legna, per l’occasione trasformati in laboratorio dolciario e iniziavano la lunga preparazione che durava diversi giorni. Con dovizia e pazienza si predisponevano questi meravigliosi gioielli alimentari che obbligatoriamente dovevano consumarsi all’annuncio della nascita di Gesù e nascosti scrupolosamente per evitare che non arrivassero alla notte di Natale.

Comunque sia, la pantofola è stata e continua a essere il dolce per antonomasia della cittadina zolfatara di Lercara, il paese dei nonni di Frank Sinatra e del famigerato Lucky Luciano. Sia i Sinatra che i Lucania avranno sicuramente portato anche l’usanza per il periodo di Natale di preparare il dolce tipico lercarese, compreso anche i loro compaesani. Quel fagottino l’avrà consolato di tanta amarezza e tristezza della loro terra lontana.

Oggi la tradizione è stata integrata con l’innovazione. Molti alimenti originari di questa leccornia sono stati sostituiti con altri più rintracciabili, arricchiti di nuovi aromi e sapori, che li rendono più favorevoli al consumo.

La pasticceria Oriens, meta enogastronomia siciliana, al fine di rafforzare l’immagine del dolce e dare un’internazionalizzazione attraverso Frank Sinatra, vendono la confezione della pantofola protetta da una busta che riproduce l’immagine del The Voice.

Molto probabilmente il piccolo Frank, o Ciccineddu o Francuzzu, sarà stato invitato da nonna Rosa la quale, da lercarese doc, avrà preparato qualche piatto della terra d’origine. Nonna Rosa e nonno Francesco lo avranno tenuto in braccio, coccolato come solo i nonni sanno fare. Ci saranno state le lunghe tavolate delle feste comandate e proprio lì avrà sentito i profumi di interminabili ragù, del condimento dei brusciuluna, delle polpette di capuliatu o di pane cucinate nella salsa di pomodoro, melanzane alla parmigiana e, perché no, ’nfriulate, cudduruna, ma anche dei pastizzotti o pantofole, quei piatti della tradizione lercarese che il piccolo Frank avrà sicuramente degustato, anche se col tempo, dopo la morte dei nonni e delle zie, avrà perso la possibilità di mangiare, ma queste cose non si dimenticano mai e resistono al tempo. Dalle nostre parti si chiama disiu quella voglia che non è solo ricordi, ma fa parte integrante della tua vita.

La pantofola è stato un richiamo per tutti coloro che da Palermo si recavano ad Agrigento e viceversa, leccornia che in molti portavano in dono a parenti e amici. Un’usanza che porta bene, vista la nomea e gli estimatori che questo dolce si è conquistato. Si racconta che tra i sostenitori della pantofola ci siano stati il generale Carlo Alberto Della Chiesa e lo scrittore Leonardo Sciascia: entrambi, quando transitavano da Lercara, approfittavano dell’occasione per acquistare la suadente pantofola. Lo scrittore lercarese Nicola Sangiorgio su questa leccornia ha anche scritto alcuni versi riportati sulle confezioni dei pasticceri: “Mennuli, cucuzzata, zuccaru e ciucculata di la pantofula formanu lu cori, chistu intra un nidu di pasta travagghiata, rivistuta di zuccaru vilatu, di tutti soddisfa lu palatu”.

Alla pantofola, pur con discontinuità, i lercaresi dedicano anche una sagra. A Lercara, naturalmente: “la pantofola non si calza ma si mangia”. Comunque sarebbe auspicabile incominciare a preservare questa tipicità istituendo un Presidio Slow Food.