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Agricoltura «nel tempo de li dèi falsi e bugiardi». L’agricoltura siciliana oggi sta meglio di ieri?

Sembra di vivere davvero «nel tempo de li dèi falsi e bugiardi». Cambiano i governi, si alternano gli assessori, si moltiplicano gli annunci, ma la condizione dell’agricoltura resta sostanzialmente immutata. Ogni crisi viene raccontata come un’emergenza improvvisa, quando invece è il risultato di problemi strutturali che si trascinano da decenni.L’ennesima protesta degli agricoltori da Pachino ad Aosta è la dimostrazione di questo stato di frustrazione che coinvolge i soli protagonisti della filiera: gli operatori. Non protestano per ottenere privilegi, ma per rivendicare il diritto di continuare a produrre. Molte aziende agricole non riescono più a garantire un reddito dignitoso. I costi dei carburanti, dell’energia, delle sementi, dei fertilizzanti, della manodopera, ecc. continuano a crescere, mentre i prezzi riconosciuti ai produttori rimangono spesso inferiori ai costi di produzione. A ciò si aggiungono la concorrenza di prodotti provenienti da Paesi che operano con regole meno rigorose e a costi più bassi, una burocrazia asfissiante, carenza di infrastrutture (strade, acqua, luce) gli effetti sempre più devastanti dei cambiamenti climatici e una filiera che concentra il potere contrattuale nelle mani di pochi.La risposta della politica, tuttavia, continua a muoversi lungo binari ormai prevedibili. Si convocano tavoli di confronto con le organizzazioni professionali, si rivendica di avere utilizzato tutte le risorse del Programma di Sviluppo Rurale e si comunica l’ordinaria amministrazione come fosse una straordinaria conquista. A livello nazionale, poi, il dibattito si trasferisce spesso sui social network, dove l’immagine sembra prevalere sulla sostanza e il consenso immediato prende il posto della programmazione.Ma l’agricoltura non si governa con gli slogan, con i video o con le campagne di comunicazione con le sagre e gli show coking. Si governa con una visione strategica, con politiche di lungo periodo e con la consapevolezza che il settore primario rappresenta un presidio economico, ambientale e sociale essenziale per il Paese.Serve una profonda revisione delle politiche agricole, che parta dall’Unione Europea e trovi continuità nelle scelte dello Stato e delle Regioni. Occorre semplificare le procedure, garantire reciprocità nelle regole del commercio internazionale, rafforzare il reddito degli agricoltori e riconoscere finalmente il valore economico e sociale della produzione agricola.Ma sarebbe troppo semplice attribuire ogni responsabilità alle istituzioni.Anche il mondo agricolo è chiamato a un deciso cambio di passo. L’eccessiva frammentazione aziendale, la diffidenza verso le forme associative e la debole capacità di aggregare l’offerta continuano a rappresentare uno dei principali limiti del comparto. Senza organizzazioni di produttori realmente efficienti, senza cooperative moderne e senza una strategia comune, gli agricoltori continueranno a presentarsi sul mercato in ordine sparso, lasciando ad altri il potere di determinare i prezzi.In Sicilia questo limite appare ancora più evidente. Pur disponendo di produzioni di straordinaria qualità, il sistema continua a faticare nel trasformare il valore agricolo in valore economico. Eppure le risorse pubbliche non sono mancate.La vera domanda, infatti, non è se i fondi siano stati spesi. La domanda è molto più semplice e, allo stesso tempo, molto più scomoda: l’agricoltura siciliana oggi sta meglio di ieri?Se la risposta è negativa, allora il problema non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma soprattutto il modo in cui vengono programmate, distribuite e trasformate in opportunità di crescita.Perché un’agricoltura che sopravvive grazie ai contributi pubblici è un’agricoltura fragile senza futuro. Un’agricoltura che vive del mercato, dell’innovazione, dell’organizzazione e della qualità è invece un’agricoltura capace di costruire il proprio futuro.Ed è proprio da questa domanda che dovrebbe ripartire il confronto, abbandonando la retorica delle inaugurazioni, delle sagre, delle conferenze stampa e dei post sui social. Gli agricoltori non chiedono compassione né propaganda: chiedono di poter lavorare, produrre reddito e competere ad armi pari. Tutto il resto rischia di rimanere soltanto l’ennesimo racconto, degno, appunto, del tempo de li dèi falsi e bugiardi.