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Dongarrà: la pasta del Borgo più bello d’Italia

Basta farsi un giro per la cittadina di Gangi per cogliere le motivazioni che hanno fatto scaturire la proclamazione di “Borgo più bello d’Italia”.

Storia, cultura, archeologia, arte, ambiente caratterizzano questo meraviglioso Borgo che trova nella sua proverbiale ruralità l’antica saggezza e genuinità, un mondo che ancora oggi resiste alla tentazione dell’omologazione globalizzante.

Di questa ruralità, mista di tradizione e innovazioni, è testimone Giuseppe Dongarrà che mira, attraverso la rivalutazione dei grani antichi, ad rilancio economico della sua azienda e del territorio.
La sua storia non è dissimile a quella di tanti altri giovani con l’esterofilia del partire, quel tipo di malattie psicologica che provoca la “isolitudine”.

Qualche anno addietro sceglie di andare a vivere nella mitica Piacenza, soprannominata nel Codice Atlantico da Leonardo da Vinci come “Terra di passo”; terra, nella quale anche il palato che vuole la sua parte, trova i modi per soddisfarlo con il buon cibo e il buon vino tipicamente piacentino.

La sua permanenza nella terra del parmigiano e della mazurca dura solo due anni. Attratto dalla sua amata Gangi, “Borgo più bello d’Italia nel 2014”, abbandona tutto e torna nella sua bella Sicilia. Giuseppe ai tortelli e alle piadine preferisce il meraviglioso pane e formaggio, rigorosamente pecorino, del suo territorio.

Gli si riempiono gli occhi di lacrime e la sua voce trema quando parla della sua Gangi. D’estate e d’inverno come una coperta ricamata di vie, vicoli, piccoli slarghi e cortile avvolge l’intero monte Marone, imponente, austero e affascinante è sovrastato dall’immenso vulcano Etna che le fa da corollario.

Nel suo alveare di case e palazzi, strade e vicoli, uomini e cose, Gangi, ha un valoroso e straordinario vissuto che Ruggiero Di Castiglione pone all’attenzione attraverso l’Accademia degli Industriosi fondata dal barone Francesco Benedetto Bongiorno, la quale si riuniva proprio nel palazzo nobiliare della medesima famiglia gangitana. Nel primo giorno di ciascun mese (fatta eccezione per i periodi di ferie e di villeggiatura), gli accademici industriosi (con a capo Gandolfo Felice Bongiorno, principe dell’Accademia, protetti dall’arcivescovo giansenista di Messina Gabriello Maria Di Blasi) svolgevano la loro propaganda filogiansenistica, mediante accademie aperte a tutta la cittadinanza, in base a un calendario liturgico accademico pubblicato in rime degli Accademici Industriosi del 1769.

Giuseppe si insedia come giovane imprenditore agricolo nell’azienda di famiglia, 60 ettari di terreno interamente coltivati a cereali e pascolo.

L’azienda è dotata anche di bovini e ovini che da sempre hanno convissuto con l’intera famiglia composta, oltre che dai genitori, anche da un fratello e una sorella.

I Dongarrà sono amati e stimati tra i gangitani, persone di campagna e con la campagna hanno un legame forte e secolare.

Pane e lavoro, è questo è lo slogan inserito nel loro cuore che, tra i non aristocratici, costituisce anche il blasone di famiglia.

Giuseppe vuole qualcosa di più della sua azienda. Da buon “industrioso” pensa alla multifunzionalità per rivoluzionare e migliorare l’assetto della sua attività agricola.

Matura, grazie all’aiuto di un amico, che la coltivazione dei grani antichi può essere una nuova opportunità produttiva di successo.

Realizza, sempre con le attività connesse, un’azienda agrituristica “L’Antica macina”, cinque stanze sistemate in una zona prospiciente Gangi dove è possibile riscoprire la propria esistenza e soprattutto ritrovare la connessione con un mondo reale fatto di natura e genuinità alimentare.

La caparbietà di utilizzare la multifunzionalità aziendale lo porta a realizzare un piccolo mulino a pietra per la molitura dei grani antichi.

Dopo una serie di tentativi in Italia, senza successo, trova il mulino che cercava al di là delle Alpi nell’antica e meravigliosa Austria.

Un mulino elettrico che riproduce l’antica molitura con tutte le caratteristiche tradizionali: macinazione a pietra, interamente in legno, lento, e con gli accorgimenti industriali.

Grazie ad un finanziamento europeo Giuseppe realizza finalmente il suo sogno. Ma si pone il problema dove allocarlo. Senza perdersi d’animo partecipa ad un bando indetto dal comune di Gangi per l’affidamento dei locali del mercato ortofrutticolo di contrada Piano.

Fortunatamente Giuseppe vince il bando e finalmente può insediarsi nel complesso che gli è stato affidato, vi sistema l’intero macchinario e inizia la sua attività di trasformatore. Nel frattempo arriva il mese di giugno e maturano i suoi grani antichi vecchie varietà che il nostro “eroe” ha recuperato tra i diversi granicoltori siciliani.

Riabilita anche una vecchia varietà locale, anticamente coltivata nel territorio madonita conosciuta con il nome di  “Nero delle Madonie” che da decenni si erano perse le tracce, un antichissimo grano duro a basso indice di glutine, una varietà rimasta autentica e originale che non ha subìto alcuna modificazione da parte dell’uomo. Accanto a queste varietà sono ricomparse la tumminia o timilia, il russello, il capeiti, e tanti altri grani che gli illuminati produttori chiamano antichi.

Dongarrà registra il marchio, Nero delle Madonie o nero Madonita, intestandolo alla cooperativa Madreterra, di cui è anche il presidente.

Da qualche mese ha chiesto l’iscrizione del Nero delle Madonie per la certificazione di grano antico.
Molito a pietra produce una farina semi-integrale che mantiene un rapporto più equilibrato tra presenza di amido e di glutine rendendo la farina più leggera e digeribile.

Oltre alla produzione di farina, ricercatissima tra i buongustai siciliani, Dongarrà ha intrapreso anche la produzione di pasta artigianale.

Giuseppe, mordendosi le mani, dice di non avere tempo per produrre la pasta, cosa che fa fare ad un piccolo laboratorio dell’agrigentino, che è in grado di garantirgli: qualità e genuinità.

Per ora va bene così, ma domani…. Alza gli occhi al cielo e implora il Padreterno per dargli la forza e coraggio affinché gli faccia chiudere tutto il ciclo produttivo nella sua azienda.

Con la coltivazione di questo grano, che era quasi del tutto scomparso, Giuseppe Dongarrà vuole recuperare gli antichi sapori ma anche i valori dell’antichissima civiltà contadina utilizzando mezzi moderni nel rispetto della qualità e della genuinità del prodotto e assicurando a qualche giovane anche un po’ di lavoro che da queste parti non abbonda mai.

Nonostante la realizzazione di questo piccolo impero Giuseppe non si è montato la testa, è rimasto con i piedi per terra e proprio alla terra confida tutto il suo entusiasmo e la voglia di completare il suo ambizioso sogno.

Nel borgo più bello d’Italia la pasta Dongarrà esprime gli elementi di genuinità e bontà che si legano con la filosofia dell’intera comunità gangitana.

La qualità ricercata, che a tutti i costi vuole imprimere ai suoi prodotti, rappresenta l’orgoglio dei Dongarrà, al punto di puntare alla realizzazione della pasta più buona d’Italia nel borgo più bello d’Italia.

Ci riuscirà? Per il momento, la sua pasta prodotta con grano duro “Nero delle Madonie” trova consensi tra i consumatori poiché risulta davvero buona, genuina e sana.

Dimenticavo. Giuseppe è single, a qualche ragazza che vorrebbe farsi avanti possiamo assicurare che il nostro eroe è una persona straordinaria, buona, disponibile, e anche discretamente benestante. Alla mia battutaccia, Giuseppe ride, chiude gli occhi e mi abbraccia salutandomi con le sue mani grandi e piene di fatica immense come il suo cuore che vorrebbe condividere una dolce donzella.