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Minni di virgini: le impudiche paste del Gattopardo

Tra le prelibatezze dei dolci monacali siciliani, o se volete, della pasticceria di Dio, degne di nota sono le famosissime minni di virgini per gli stranieri … seni di vergine. Patria delle gloriose minni è la la cittadina dell’estrema propaggine dei monti Sicani, l’araba Zabut meglio conosciuta col nome di Sambuca di Sicilia, borgo più bello d’Italia 2016. L’antico casale di Sambucina (Sambuca di Sicilia), è conosciuta per un tradizionale dolce, arrivato fino ai giorni nostri, con l’arcaico appellativo di Minni di virgini, seni di vergini. Questa ghiottoneria è la massima espressione della fantasia dolciaria di queste terre di feudi, i cui retaggi culturali e una morale cattolica, non hanno mai varcato determinati steccati dell’impudicizia.

La storia delle minne

L’invenzione di questo mirabile dolce si deve a una spiritosa suora, alla quale va dato il giusto riconoscimento, attraverso l’iscrizione dell’accattivante pasta nel “registro dei brevetti”.

Il dolce è legato indissolubilmente alla Sambuca-Zabut del XVIII secolo, e in particolare alla nobile famiglia Beccadelli. Donna Francesca Reggio, divenuta Marchesa di Sambuca per aver sposato Don Giuseppe, in occasione delle nozze dell’unico figlio Pietro, chiese a Suor Virginia Casale di Rocca Menna, del collegio di Maria, «di mettercela tutta per escogitare le novità assolute nei campi di loro competenza e, tra questi, nel campo della dolciaria».

Nell’anno 1725, la suora creava una delle più soave paste della pasticceria siciliana di cui lo storico locale Di Giovanna riporta l’espressione della religiosa riguardo alla sua creatura: «Guardavo questa mattina dalla finestra della mia stanzetta le colline che si susseguono dalla Valle dell’ Anguillara sino alla collina del Castellaccio e alla costa della Minnulazza. La forma delle colline mi ha suggerito che noi dovremmo presentare ai marchesi un dolce che abbia la forma e, in quanto al contenuto porti la dolcezza di questa terra. Insomma un dolce paesano, ma prelibato, fine che susciti nel momento del degusto l’istinto del sentimento, ed elevi al tempo stesso lo spirito».

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, attraverso l’impareggiabile principe Salina, nel suo famosissimo romanzo Il Gattopardo, farà così commentare quel soave dolce frutto delle magiche Terre del Gattopardo, di cui Sambuca, dista pochi chilometri da Palazzo Cutò di Santa Margherita Belice, dove è stato ambientato l’omonimo romanzo: «parfaits rosei, parfaits sciampagna, parfaifs bigi che si sfaldavano scricchiolando quando la spatola li divideva, sviolinature in maggiore delle amarene candite, timbri aciduli degli ananas gialli, e “trionfi della Gola” col verde opaco dei loro pistacchi macinati, impudiche paste delle Vergini. “Di queste Don Fabrizio si fece dare due e tenendole nel piatto sembrava una profana caricatura di Sant’Agata esibente i propri seni recisi. “Come mai il Santo Uffizio, quando lo poteva, non pensò a proibire questi dolci? I ‘trionfi della Gola’(la gola, peccato mortale!), le mammelle di S.Agata vendute dai monasteri, divorate dai festaioli! Mah!”.

Immaginate cosa avrebbe detto il clericale Principe al cospetto delle siliconate, più o meno note signore, o delle super maggiorate soubrettes, che ai giorni nostri esibiscono orgogliosamente i loro prosperosi seni.

Suor Virginia descrisse anche gli ingredienti ed il metodo di ottenimento del dolce. Se qualcuno volesse accostare i Minni di virgini ai Minnuzzi di Sant’Ajta (dolce tipico catanese) farebbe un errore grossolano, poiché, quest’ultimi dolci, sono ripieni interamente di zuccata frammista a mandorle finemente tritate, ricoperti da glassa di zucchero a velo e sormontati da una ciliegina rossa sciroppata, a mo’ di capezzolo, lontani dalle caratteristiche Minni di virgini. Così come sono differenti le “minne” della pasticceria alcamese.

L’artista delle minne

Enrico Pendola è uno dei pochi pasticceri sambucesi, insieme ai due suoi collaboratori, Calogero Calcagno e Alessandro Contorno, e da qualche anno dal nipote Giuseppe Pendola, che realizzano questi soavi dolci con sacralità e dovizia certosina. Con una meticolosità predispongono gli ingredienti, ma soprattutto, ne curano le forme e le dimensioni. Scherzosamente, cosa che Enrico può permettersi per il suo carattere estroso e intelligente, dice che è capace di creare minni di taglie differenti, e che le sue creature hanno tutte una fonte d’ispirazione. Prima, seconda, terza, quarta…, insomma, taglie di tutte le misure, e comunque, paste di una bontà unica, capace di inebriare anche i più reclini ai sapori delle luccumarie (lucumonie) siciliane.

La sua pasticceria rispecchia interamente le sue sublime creature, tanto da sembrare non un comune laboratorio artigiano, bensì, una sorta di centro di mastoplastica additiva.

Per il resto dovete aspettare la pubblicazione del mio nuovo libro: “Viaggiare mangiando” , nel frattempo ci ascoltiamo le interviste di Enrico pendola e dei suoi collaboratori.