Ulivo, come combattere l’occhio del pavone (o cicloconio)

Parafrasare il titolo del film “Non c’è pace tra gli ulivi” (1950) del regista Giuseppe De Santis, con gli indimenticabili attori come Raf Vallone e Lucia Bosè, è una maniera per evidenziare un’altra fitopatia che sta affliggendo gli uliveti siciliani: l’occhio di pavone.

Dopo la terribile annata del 2018 dove la mosca oleraia l’ha fatta da padrone, quest’anno gli olivicoltori dovranno combattere l’occhio di pavone, o cicloconio. Veramente viene da dire che “Non c’è pace tra gli ulivi”. Ma conosciamo dunque meglio questa malattia.

Si tratta della malattia fungina più diffusa dell’olivo. E’ presente in tutta Italia e la sua gravità è variabile a seconda di svariati fattori ambientali e dalla sensibilità di alcune varietà di ulivo più o meno sensibili all’occhio di pavone. Incidono anche le condizioni pedo-climatiche più favorevoli al sorgere dell’infezione, ma interessa anche la conduzione dell’uliveto, ragione per cui è molto importante prevenire questa malattia, con particolare riguardo al sesto d’impianto, alle corrette e periodiche operazioni di potatura e taluni trattamenti.

L’occhio di pavone è una malattia crittogamica dell’olivo (malattie parassitarie dei vegetali causate da funghi microscopici come la peronospora, oidio, ecc.) provocata dal fungo Spilocea oleagina. Quest’ultimo è un mitosporico che appartiene all’ordine Hyphales, famiglia Dematiaceae.

Sintomatologia Si evidenzia per lo più nelle parti verdi dell’albero (foglie e piccioli, rametti, frutti e i loro peduncoli), ma l’evidenza e il danno maggiore si hanno sull’apparato fogliare. Il fungo penetra sotto la cuticola della foglia rimanendo esternamente all’epidermide, in queste condizioni può rimanere latente anche per lunghi periodi.
Con l’aumento della temperatura provoca la rottura dell’epidermide e la sporulazione sulla pagina fogliare superiore, infettando gli organi interessati. Questi vengono disseminati soprattutto per via idrofila, ossia attraverso l’acqua.

Sulle foglie compaiono delle macchie grigie e rotonde, circondate da una banda bruna. Intorno a questa macchia (che può raggiungere un diametro di 10-12 mm), nei mesi più caldi, compaiono aloni gialli, rossi o bruno-verdastri, simili ad occhi di pavone, ecco da dove deriva il nome.

Anche i rametti con consistenza erbacea possono venire attaccati dall’occhio di pavone, con sintomatologia analoga a quella delle foglie. I frutti, invece, sono attaccati di rado.

I danni Le foglie interessate dall’attacco del fungo cadono e questo si ripercuote sull’attività vegetativa e produttiva della pianta d’ulivo. Sia la produzione dell’anno, che l’attività riproduttiva e vegetativa degli anni successivi possono essere compromesse in modo grave. L’assenza di foglie pregiudica l’induzione a fiore delle gemme, che è di norma invernale. Questo può far diminuire di molto la produzione di olive. L’albero, nel suo complesso, evidenzia un forte deperimento vegetativo, con diffuse parti secche sulla chioma. L’infezione sulle foglie può avvenire in diversi periodi dell’anno, quello più consueto è la primavera. Se l’infezione è grave si può arrivare a perdite dell’80% della produzione normale.

L’occhio di pavone arresta la sua attività in estate con le alte temperature e in pieno inverno il clima rigido. Le condizioni che favoriscono lo sviluppo dell’agente patogeno si verificano se abbiamo 24-48 ore continue di pioggia. Serve inoltre una temperatura fra i 5 e i 25°C, con l’ottimo d’inoculo a 20°C. Quest’anno l’annata piovosa e le temperature tendenzialmente fresche hanno favorito le infezioni, anche l’occhio di pavone ha potuto meglio sviluppare le proprie infezioni su olivo.

Attività di prevenzione. Tra i vari accorgimenti preventivi è consigliabile adottare un sesto d’impianto largo (5×6 a 7×8 m, (rettangolo) e 6×6 a 7×7 m. (quadrato).
Indispensabile è l’adeguata e periodica potatura degli alberi, in questo modo verrà arieggiata la chioma e si manterrà sempre un equilibrio vegetativo. Conviene inoltre impiantare cultivar di ulivo più resistenti all’occhio di pavone come la: Coratina, la Carolea, la Santagatese, la Tonda Iblea e l’Ogliarola messinese.

Difesa. Il metodo più diffuso per prevenire l’occhio di pavone è l’uso di composti rameici. Nel caso del biologico l’uso di questo prodotto è soggetto al regolamento CE 889/2008 (1/1/2009).
Attenti al limite previsto dalla nuova normativa che è stato fissato a 28 kg/ha, una riduzione che dovrà avvenire nei prossimi 7 anni, con una media di 4 kg/ha all’anno. Fino al 31 dicembre 2025, quindi, anche in Italia la normativa dovrà essere rispettata, con la possibilità però di una dilazione fino a 6 kg/ha all’anno.

I trattamenti biologici si eseguono in due momenti distinti:
• Periodo autunnale, subito dopo la raccolta
• Fine inverno-inizio primavera, dopo la potatura
Tra le diverse formulazioni a base di rame disponibili per l’agricoltore biologico, consigliamo gli ossicloruri che hanno una duplice funzione, ossia protegge le foglie non ancora infette, e compie un’azione defogliante sulla vegetazione già colpita dalla malattia.
Tra i due trattamenti rameici quello più importante è quello di fine inverno-inizio primavera. Il rame infatti ha un’azione fitotossica sulle foglie già infette e ne determina la caduta. Questo permette alle nuove foglioline di crescere su una vegetazione senza fonti di inoculo del fungo. L’azione del rame sulle foglie malate avviene grazie alla penetrazione nel mesofillo fogliare in virtù del fatto che lo strato cuticolare è danneggiato o lesionato dal fungo stesso.
E’ difficile che le foglie cadute riescano a infettare di nuovo la pianta, così quelle sane già presenti risultano protette.
Ricordate di effettuare i trattamenti in giornate asciutte e con l’assenza di vento. Evitate di effettuare questo trattamento quando la pianta è in fase prefioritura.
Per Francesco Bruscato, tecnico della Condotta Agraria di Lercara Friddi, “l’occhio di pavone è possibile controllarlo anche con applicazioni dei formulati a base di dodina, senza disturbare il corretto sviluppo vegetativo della coltura. E’ possibile usarlo in prossimità della fioritura al posto del rame che è parzialmente fitotossico per i fiori e che induce un indurimento dei tessuti e conseguentemente rallentamento vegetativo”.

La dodina, è in grado di penetrare nella foglia eliminando il fungo mentre si sta sviluppando ed è capace anche di prevenire nuove infezioni sopprimendo il fungo quando, dopo la germinazione della spora, prova a entrare nella foglia.

Inoltre, agisce quindi sia curando le vecchie infezioni, sia prevenendo quelle nuove. Le foglie risanate rimangono inoltre sulla pianta contribuendo a produrre sostanze nutritive. Rallenta anche lo sviluppo vegetativo, permettendo alle foglie di continuare a nutrire le olive senza alcuna interruzione. La dodina svolge infine una forte azione collaterale contro la Rogna dell’Olivo (Pseudomonas savastanoi), mostrando su questa patologia livelli di efficacia preventiva superiore al rame e contro l’Antracnosi (Colletotrichun spp.), con un’efficacia in questo caso pari a quella dei formulati rameici.

Modalità d’uso. Con l’utilizzo della dodina su olivo si possono fare due trattamenti all’anno. Il periodo minimo fra l’ultimo trattamento e la raccolta è di 7 giorni. Le dosi consigliate su olivo sono di 2-2,5 litri/ha, oppure 1-1,3 Kg/ha a (granuli idrodispersibili).